Non vidi mai quel film

Ripenso al film di cui Icke mi sta parlando. Non l’ho mai visto ma ne ho un vago ricordo. Mi sforzo, cerco di recuperare un’informazione che pulsa in fondo a qualche sinapsi senza riuscire a urlare alla mia coscienza la sua presenza. E’ un eco lontano, l’intuizione di sapere ma non ricordare.

Poi arriva. Involontaria maieutica e ricordo dove avevo sentito di quel film, quel titolo, quella sconosciuta storia.

E alla memoria mi torna il volto di mio nonno. Lo ricordo alto, magro e ciondolante sulle gambe esili e deboli della vecchiaia. Jacopus si chiamava. Lo chiamavano Jacopus B., ma nessuno ha mai saputo cosa significasse quella B.

Davanti agli occhi il ricordo scorre, fotogrammi senza trama di un frammento distorto di memoria. Eravamo seduti su una panchina in un parco deserto, poche dune di sabbia ondeggiavano al vento. La sua voce cavernosa, devastata dallo smog, ripesava alla sua giovinezza: preistoria di un mondo per me solo sognato, reale favola.

Mi parlava dei suoi genitori, severi e duri come lamine di metallo tagliente. E la tv, qualunque cosa fosse la tv a due dimensioni e bisensoriale. Di un film, di una serie di puntuate, di una donna, di un cadavere, di infiniti colpevoli, di nessun colpevole. Di un film che il nonno non riuscì mai a vedere  per il divieto, il veto dei suoi genitori. Un film mai visto che restò impresso nella sua memoria di uomo come indelebile vuoto, buco profondo, foro di un proiettile mai sparato, rettile sibilante silenzio.

Fu tanto tempo fa e neppure io vidi mai quel film. Quel film che pare tornare maligno nelle trame biografiche della mia famiglia.

(Logos)

 

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Musica nell’aria

E nel taxi una musica ristagna segreta. E’ il silenzio di note già sfiorate. E’ il profumo che si appiccica sulla pelle e resta impregnato del sapore di sudore. E’ il sasso che viene trascinato su un monte e che cade. Cade. Cade. Cade. Cade. Infinite volte. E’ il destino. E la metafora.

(Logos)

Non sento le sue parole

Non sento le sue parole, odo solo rumori ma il taxista è indefferente alla mia indifferenza e contina a parlare. Delle sue parole resta sintetica memoria nelle pareti scrostate del taxi.

“Gialla. La realtà è gialla e il tempo pare verde. Non lo vede? Lì.. guardì lì… non vede la curva del nulla che si addensa in nubi violacee? Lei è qui, io sono qui, siamo in un medesimo istante ripeturo. Rosso. Il delirio è rosso e lo spazio è deformato. L’ovunque. Sento il senso dell’ovunque. Miriadi di stelle ancorate a cieli danzanti su sipari neri. Mi ascolta?! Non capisce ciò che le sto dicendo? Mi sente? Fiumi di silicio liquido e maleodorante, marrone deriva di liquami verdastri. Vi immerga la mano. E’ freddo. E’ vivo. Mi sente? Capisce? Mi ascolta?!!!”

Io continuai a non ascoltare, non udivo nulla. E il Senso delle parole del taxista si perse lungo l’asfalto su cui stavami correndo, e con esso io persi la Verità. Non mi accorsi neppure di esserne stato sfiorato.

(Logos)

Da buona spia, aveva saputo subito abbattere il sottile confine tra bene e male. Non si sapeva da che parte stesse, se con gli Occidentali o con il Progetto per i Nuovi Balcani. Probabilmente tutta la sua filosofia e il suo senso etico erano racchiusi nella frase che un giorno gli avevo visto tatuata sull’avambraccio destro. “Bacia la mano che non puoi mordere.”

La Meraviglia Nascosta

Scosta le tende e dentro la grande sala entra. Da quel momento solo silenzio e i mondi intorno liriche cascate di colori. L’ovunque mi siede accanto e come il tempo chiacchiera con me dei suoi infiniti momenti.

Tra le sue mani sono polvere d’angeli.

Spesso

ci si dimentica

di essere

sciamani

anche

senza pelle

così vetuste

le spoglie

di me e di te

si compenetrano

combaciano:

stati alterati

del postamore

A Villasanta

La realtà si disfà
In piccoli frammenti,
declinazioni irrisolte
di tempi già stati,
ripetizione nauseante
di paradigmi di niente.